Un pensiero su Danilo Zolo e la sua riflessione sulla paura

Zolo, Qualche ora fa è mancato Danilo Zolo, grande giurista e filosofo del diritto, la cui riflessione ha dato un contributo importante anche alla filosofia politica. Nei miei studi l’ho incontrato soprattutto per il suo bel volume Sulla paura. Fragilità, aggressività, potere (Feltrinelli, 2011), un lavoro che nasceva, come lui stesso scrive nell’introduzione, per “capire perché spesso nella mia vita avevo avuto paura e mi ero chiesto che cosa fosse e da dove venisse la mia paura”; per “capire le ragioni non solo della mia paura, ma anche della paura degli altri” e per “comprendere perché così spesso la paura mi rendeva aggressivo e perché l’aggressività mia e la prepotenza degli altri erano strettamente intrecciate“.
È a mio parere un libro di riferimento sul tema non solo perché riprende la riflessione di autori come Machiavelli e Hobbes appartenenti a suo avviso alla categoria del “realismo politico (in cui lo stesso Zolo si riconosceva), ma soprattutto perché indaga il rapporto tra paura, politica e diritto mettendolo in relazione con gli effetti della globalizzazione (cap. 4) . L’autore parla, ad esempio, del funzionamento della cosiddetta “macchina della paura“, cioè di quel meccanismo di diffusione della paura, “utilizzata dalle élites politiche come la fonte principale del consenso elettorale”.
Per ricordarlo riporto un paio di passi, che riletti alla luce degli eventi degli ultimi mesi” appaiono di un’attualità stupefacente:


La paura dei più è uno strumento essenziale per garantire il potere di pochi. L’ordine pubblico si afferma in uno stretto, inscindibile rapporto fra la paura e la politica, dove per paura si deve intendere il profondo senso di insicurezza delle persone e per politica la manipolazione e il controllo autoritario dei cittadini da parte di chi detiene il potere.
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Ma il fenomeno migratorio è una sfida in tema di paura e di sicurezza anche perché l’antagonismo dei cittadini nei confronti dei “migranti” – questo è un punto centrale –, anziché essere contenuto e combattuto viene stimolato dalle autorità pubbliche. Servendosi di una serie di norme persecutorie, chi detiene il potere si accanisce nei confronti degli immigrati e anche questa forma di persecuzione è concepita per iniettare veleno razzista nella sensibilità popolare. Ne consegue un ulteriore logoramento del tessuto civile poiché anche la discriminazione legislativa nei confronti degli “estranei” tende a fomentare fanatismi, xenofobie, secessionismi, odi e rancori.
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[D. Zolo, Sulla paura. Fragilità, aggressività, potere, Milano, Feltrinelli, 2011, p. 74, 78-79].

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