L’era della democrazia illiberale: “Popolo vs democrazia” di Yasha Mounk

 

Mounk - Popolo vs democrazia

Recensione pubblicata su l’Indice dei Libri del Mese.


I libri dedicati al tema del populismo si sono moltiplicati a dismisura negli ultimi anni. È indubbio, del resto, che sia questo il fenomeno politico che più di ogni altro sta segnando la nostra epoca; un fenomeno che non solo sfugge alle analisi semplicistiche tanto in voga sui nostri mezzi di informazione, ma che, proprio perché riguarda quasi tutti i Paesi occidentali, sembra differenziarsi molto a seconda delle diverse realtà nazionali. Il volume di Yasha Mounk – politologo, docente ad Harvard, tedesco ma dall’identità multipla – ha tuttavia il pregio di affrontare il tema sulla base di un approccio globale, nella convinzione che vi siano caratteristiche comuni a tutti i movimenti, i partiti e i leader populisti, sia di destra sia di sinistra, oggi presenti in Occidente. Al netto di alcune assai criticabili semplificazioni, prima fra tutte quella di definire il Movimento 5 Stelle come un populismo “di sinistra” al pari di Podemos o di France Insoumise di Mélenchon, Mounk fornisce una diagnosi di lungo periodo non solo del fenomeno populista, ma più in generale di quel processo che ha gradualmente portato al tramonto della democrazia liberale e all’affermarsi di due nuove forme di regime: il liberalismo antidemocratico e la democrazia illiberale. Con la prima espressione Mounk descrive quei sistemi che fin dagli anni Ottanta hanno continuato sì ad assicurare la protezione dei diritti individuali, ma al prezzo di una grave perdita di potere del popolo; si tratta di regimi in cui il potere delle assemblee elettive e dei parlamenti si è gradualmente ridotto in favore di quello dei burocrati, delle banche centrali e delle organizzazioni internazionali. La seconda espressione, quella di “democrazia illiberale”, ha invece il pregio secondo l’Autore di mettere in luce la caratteristica principale del populismo: il suo presentarsi come frutto della volontà popolare. In campagna elettorale i populisti, oltre alla promessa di dare espressione alla voce autentica della gente, propongono soluzioni semplici a questioni assai complesse; ma una volta saliti al potere, mentre aggravano quegli stessi problemi che hanno scatenato la rabbia popolare, riducono il peso della stampa e delle istituzioni libere (sindacati, associazioni e organizzazioni non governative) e ben presto cominciano anche a ignorare le vere preferenze del popolo.


Diritti senza democrazia o democrazia (fittizia) senza diritti: queste sono dunque le due alternative che la realtà attuale sembra offrire. Secondo Mounk è in atto da decenni un processo di “deconsolidamento” di gran parte delle democrazie occidentali. Lo si evince soprattutto dai sondaggi che mostrano da una parte che esiste un effettivo disamoramento dei cittadini nei confronti della democrazia liberale, dall’altra che una buona percentuale di essi sono sempre più aperti alle alternative autoritarie: in molti Paesi del Nord America e dell’Europa è aumentato non solo il numero di cittadini favorevoli a un sistema di governo che prevede un leader forte libero dai condizionamenti del parlamento e delle elezioni libere (eclatante il caso della Gran Bretagna, dove la percentuale degli intervistati favorevole a una soluzione di questo tipo era del 25% nel 1999 e del 50% nel 2017), ma anche quello di coloro che ritengono la dittatura militare una via percorribile. Una democrazia, ci spiegano i politologi, è stabile quando i principali attori politici sono disposti ad attenersi alle regole di base del gioco democratico, quando cioè non mettono in discussione le basi del sistema; tuttavia in molti Paesi non solo i partiti populisti infrangono abitualmente le regole democratiche per motivazioni tattiche, per dimostrare di essere contro l’establishment, ma anche i partiti tradizionali finiscono spesso per adottare la stessa logica antidemocratica proprio in reazione alla concorrenza dei populisti. Si tratta, secondo Mounk, di chiari segnali di deconsolidamento democratico che devono essere presi sul serio per non incorrere in giudizi errati, come avvenuto ad esempio in relazione al caso della Polonia: un Paese che dopo il 1989 sembrò compiere una veloce democratizzazione tanto da essere giudicato nel 2004 una democrazia consolidata capace di soddisfare i requisiti necessari all’ingresso nell’Unione Europea. Se si fosse dato maggior peso a segnali “antidemocratici” ben presenti nel Paese, come la propensione di molti elettori a votare per partiti anti-sistema, sarebbe forse stato possibile se non prevedere quanto meno non escludere il passaggio all’autoritarismo verificatosi con il governo guidato dal partito ultraconservatore Diritto e Giustizia.


Il punto è che la democrazia liberale in quasi tutti i Paesi occidentali ha funzionato per molto tempo non tanto, come vuole la retorica dei suoi sostenitori, perché ha assicurato al contempo un certo grado di uguaglianza e di libertà, ma perché ha raggiunto buoni risultati sul piano economico e del mantenimento della pace. In particolare, spiega Mounk, la legittimità e il buon funzionamento della democrazia liberale si fondava su tre fattori: 1) il controllo centralizzato dei mezzi di comunicazione da parte delle élite politiche; 2) l’aumento rapido degli standard di vita per gran parte dei cittadini; 3) l’omogeneità etnica o il dominio di un gruppo etnico sugli altri. Tutto ciò è venuto meno negli ultimi decenni a causa dell’avvento di internet, della stagnazione economica e della transizione della società democratica da monoetnica a multietnica. Nel momento in cui ha smesso di rispondere ai bisogni di benessere e sicurezza dei cittadini, la democrazia liberale è entrata in una “crisi di rendimento” che ha creato le condizioni che stanno permettendo ai movimenti populisti di distruggere diversi elementi chiave del sistema.


Cosa fare dunque per evitare il completo collasso della democrazia liberale? È a questa domanda che Mounk prova a rispondere nell’ultima parte del libro. Le sue proposte sono in realtà semplici linee guida per affrontare i tre macro-problemi sopra delineati: anzitutto è necessario ripensare i criteri di appartenenza allo Stato-nazione e dunque “addomesticare” il nazionalismo, le cui rivendicazioni, tornate prepotentemente a pesare nel dibattito pubblico, non possono essere lasciate soltanto nelle mani dei populisti. Ciò significa, secondo l’Autore, porre rimedio a qualsiasi tipo di discriminazione sulla base di un patriottismo il più possibile inclusivo, ma significa anche affrontare il tema dell’immigrazione riconoscendo a ciascun Paese il diritto di discutere democraticamente delle modalità di controllo di coloro che accedono al suo territorio. In secondo luogo è necessario sia risanare l’economia puntando sull’aumento della produttività, sia diminuire drasticamente la diseguaglianza ripristinando elementi essenziali dello stato assistenziale: ciò può avvenire soltanto aumentando le aliquote di imposta effettive per chi guadagna di più e per le aziende con i maggiori profitti. Infine, è indispensabile ricostruire la fiducia nella politica educando i cittadini ai valori democratici e riducendo l’impatto delle fake news e dei messaggi d’odio attraverso il controllo e l’orientamento delle informazioni sui social network. In definitiva, il libro di Mounk fornisce un quadro convincente dei fenomeni politici in atto, ma lungi dall’abbandonarsi al pessimismo e alle visioni catastrofiche e lungi dal tacciare semplicemente il popolo di ignoranza, invita ad affrontare i problemi attuali secondo un approccio per quanto possibile realistico.

Una versione ridotta della recensione si trova anche sul sito di Ars RoSA – Centro Studi su Ragion di Stato e Democrazia.

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