Un suggestivo affresco della provincia italiana durante il Ventennio: “Il piatto piange” di Piero Chiara


Qualche giorno fa ho finito di leggere questo piccolo gioiellino di Piero Chiara: Il piatto piange (1962).
Siamo negli anni Trenta, a Luino, in un angolo del varesotto chiuso tra il Lago Maggiore e il Canton Ticino: giovani e meno giovani trascorrono le nottate giocando a carte, allo chemin de fer, tra battute goliardiche, sonore batoste e infantili vendette.
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In un’atmosfera ovattata, oziosa, lacuale, ma al tempo stesso operosa tipica delle cittadine di frontiera, si snodano, quasi come brevi racconti ambientati sullo stesso palcoscenico, le vicende di Mamarosa che dirige il frequentatissimo bordello del paese, le avventure amorose del Càmola, giovane di belle speranze troppo avvezzo a sedurre donne sposate, le traversie mediche del Tolini, detto Tetàn, donnaiolo accanito malato di gonorrea. Personaggi indimenticabili, irrimediabilmente legati all’ambiente provinciale in cui vivono, ma da cui sembrano voler evadere senza mai riuscirci davvero.
Con uno stile limpido e preciso e con un’ironia mai sopra le righe, Chiara dipinge un suggestivo affresco della rispettabilissima – ma solo in apparenza – provincia italiana, tentata dal gioco, incline ai tradimenti e pervasa da un potere sotterraneo ed oscuro che emerge di tanto in tanto nel romanzo: il potere esercitato da quelle quattro o cinque personalità dell’alta borghesia in grado di decidere i destini politici ed economici del paese. Anche loro, come i popolani, si ritrovano a giocare a carte fino all’alba, non nei bar e negli scantinati allagati dalle acque lacustri, ma in lussuose ville in collina. Popolani e borghesi, tutti uniti dalla stessa passione per il gioco e tutti ugualmente al riparo degli occhi indiscreti del regime: sullo sfondo, ma sempre presente, rimane infatti il fascismo – cui Chiara certo non risparmia la sua mordace ironia e il suo scherno – con le sue grottesche parate, i suoi ridicoli e fanatici delegati provinciali. Insomma, una lettura consigliatissima!

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Una scena del film omonimo del 1974 diretto da Paolo Nuzzi

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