Il referendum del 2 giugno 1946 e la memoria corta degli Italiani

Corriere-prima-pagina_-Voto-repubblica-CMYKOgni anno, quando si celebra la festa della Repubblica leggo certi post su Facebook e certi articoli su blog e quotidiani a dir poco deliranti, quasi che l’esito del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, visto lo scarto ridotto tra voti favorevoli e contrari alla repubblica, sia stato frutto di cause in qualche modo “accidentali”. E invece quei risultati furono frutto di una lunga crisi istituzionale apertasi all’indomani della caduta del fascismo (approvazione da parte del Gran Consiglio del fascismo della mozione Grandi del 25 luglio 1943), durante la quale la monarchia – la stessa, non dimentichiamolo, della marcia su Roma, del delitto Matteotti, della guerra fascista – di fatto si giocò qualsiasi possibilità di rimanere in vita.
Ricordiamo anzitutto il “governo dei 45 giorni” che tra la fine di luglio e l’8 settembre fu in pratica una dittatura senza Mussolini – un regime di tipo militare, a impronta dinastica, senza libertà di stampa e senza alcun riconoscimento delle forze antifasciste – un governo che tentò una strategia doppiogiochista: da una parte Vittorio Emanuele III rassicurò l’alleato tedesco restando formalmente al suo fianco nella guerra, dall’altro segretamente aprì una trattativa per la resa agli alleati. Questo progetto comportò ulteriori perdite e sacrifici per gli Italiani, costretti a proseguire la guerra, nonostante la caduta del fascismo.
Non dimentichiamo poi la fuga di Pescara da parte di Vittorio Emanuele, del principe ereditario Umberto e di Badoglio, per sfuggire alla ritorsione dei tedeschi, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre. In quell’occasione il capo di stato maggiore dell’esercito Roatta e il capo di stato maggiore generale Ambrosio partirono insieme alla famiglia Savoia lasciando di fatto senza guida i combattenti. Roatta, prima della fuga, firmò anche un’ordinanza con cui dispose di concentrare le truppe corazzate a Tivoli, dove non erano presenti forze nemiche, lasciando Roma indifesa e preferendo dunque proteggere la fuga del re piuttosto che la popolazione della Capitale. Dopo l’8 settembre, l’immagine della dinastia venne quindi associata a queste scelte, proprio mentre le forze antifasciste iniziarono la resistenza armata.
I 10 milioni di voti presi al referendum, più che una vittoria mancata per poco, costituirono un dato che dice molto sul carattere degli Italiani, capaci di “dimenticare” in poco più di due anni quanto fatto dalla monarchia in quei tragici mesi.
Del resto, la memoria corta in politica pare decisamente e ancora oggi un elemento tipico dell’identità italiana.

 

Per approfondire:

– F. Catalano, L’Italia dalla dittatura alla democrazia, 1918-1948, Milano, Feltrinelli, 1975, pp. 307 e sgg.
– S. Colarizi, Storia dei partiti nell’Italia repubblicana, Roma-Bari, Laterza, 1996, pp. 24 e sgg.
– A. Gambino, Storia del dopoguerra. Dalla Liberazione al potere DC, Roma-Bari, Laterza, 1988, pp. 7 e sgg.
– D. Mack Smith, I Savoia re d’Italia, Milano, BUR, 2012.
– E. Santarelli, Storia critica della Repubblica. L’Italia dal 1945 al 1994, Milano, Feltrinelli, 1996, pp. 6 e sgg.

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